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Donna morta nella casa trattata con la sostanza contro i tarli, l'avvocato: "Ecco perché il caso non va archiviato"
“Non archiviate il caso della morte della nostra cara Antonella”. E' l'appello dei familiari della signora deceduta in casa, ad Alberoro, dopo un malore per il quale si è sospettata l'intossicazione da fosfina, sostanza usata da una ditta per disinfestare dai tarli l'abitazione. Antonella Peruzzi aveva 66 anni e dormiva nella stanza accanto a quella dove era in corso il trattamento delle travi. Nei giorni successivi si sentì male anche il marito, l'orafo Domenico Tavanti, 69 anni, ricoverato al San Donato e poi dimesso. “La procura di Arezzo chiede di archiviare il caso che vede indagato per omicidio colposo il titolare della ditta specializzata, ma noi ci siamo opposti e l'11 settembre si terrà l'udienza davanti al giudice delle indagini preliminari che dovrà decidere”, dice l'avvocato Osvaldo Fratini, legale della famiglia. “A nostro avviso gli accertamenti svolti lasciano aperto il dubbio sul nesso di causa ed effetto tra la morte di Antonella e il ricovero di Domenico, con l'impiego non corretto della sostanza antitarlo, che è stato rilevato” prosegue l'avvocato Fratini. Il legale chiederà una nuova e definitiva consulenza tecnica sulla vicenda. “Il fatto è che ad oggi ci sono tre accertamenti slegati tra loro. Uno dice chiaramente che ci fu inadempienza da parte della ditta incaricata: dai prelievi e dalle analisi è stata registrata presenza di fosfina anche nei locali non trattati, forse per la sigillatura non efficace o forse per un utilizzo eccessivo rispetto alle linee guida. Inoltre - va avanti l'avvocato - non risulta che ci sia stato il consenso informato: nulla di scritto, una comunicazione ai residenti con l'avvertimento di non rimanere in casa per la possibile presenza di una sostanza che può rivelarsi pericolosa soprattutto in contatto con umidità e acqua, fino a creare problemi respiratori anche letali”. Ma le altre due consulenze disposte dal magistrato, il dottor Marco Dioni, hanno offerto conclusioni non in linea: nessuna traccia di fosfina è emersa dall'esame tossicologico effettuato nel contesto dell'autopsia sulla salma della donna (che fu riesumata dopo il funerale), né dagli esami sul sangue e le urine del marito. “Attenzione però, la fosfina è una sostanza volatile, sta nell'aria, non rimane nei tessuti, si disperde, ha rapida ossidazione e quindi è normale che non siano state trovate tracce del gas” sottolinea il legale della famiglia. “Una nostra consulenza a cura del professor Macrì sostiene che pur in presenza di questi risultati non è automatico affermare che non ci fosse stata intossicazione da fosfina. Per questo è opportuna una consulenza che valuti complessivamente tutto quanto emerso dai tre accertamenti, dato che anomalie nell'attività dell'impresa sono emerse”. I dubbi sul composto chimico tossico contro gli insetti, sulla sua inalazione e sulle conseguenze, secondo la famiglia permangono. L'11 settembre di questo si dibatterà al tribunale di Arezzo. Il titolare della ditta di Sansepolcro iscritto nel registro degli indagati è difeso dall'avvocato Piero Melani Graverini. Una ditta di alta competenza e lunga esperienza. “Il nesso eziologico si può raggiungere con grado di ragionevole certezza sulla base della prova circostanziale” insiste l'avvocato Osvaldo Fratini. “Come è possibile che anche il marito abbia avuti gli stessi problemi respiratori? Dobbiamo credere ad una catena di casualità? E' irragionevole. Serve una nuova consulenza con un quesito allargato”. Qualora le porte della giustizia penale si dovessero invece chiudere ai familiari della signora, con il provvedimento di archiviazione del giudice, la questione andrà avanti sul piano della giustizia civile, dove per affermare la responsabilità si ragiona anche in termini di probabilità e non di certezza.
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