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La Guerra del Moscato: il boom in Cina non nasconde la crisi. Ecco perché

16/08/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 ⚠️
La cosiddetta “Guerra del Moscato” non è una fase transitoria, ma come il segnale evidente di una crisi più profonda. Al centro c’è il Moscato d’Asti Docg, simbolo di un territorio che da decenni si confronta con tensioni economiche e culturali mai del tutto risolte. Secondo un articolo di fondo de Il Corriere di Alba, Bra, Langhe e Roero, il problema non nasce soltanto dalle oscillazioni del mercato. La difficoltà appare piuttosto come l’esito di un sistema che nel tempo avrebbe continuato a riprodurre squilibri interni, senza riuscire a mettere mano alle cause di fondo. Il peso di un sistema bloccato La lettura proposta individua nel comparto un cortocircuito strutturale. Non si tratterebbe quindi di una semplice congiuntura negativa, ma di un meccanismo che da anni condiziona la tenuta dell’intero ecosistema produttivo legato al Moscato. Un comparto, quello dell'Asti DOCG, da 75 milioni di bottiglie nel 2025, con un calo del 9% e una variazione dei mercati da analizzare: crollo negli USA e ovviamente Russia, sofferenza in Italia - che vale il 10% del totale - con -4,25% per lo Spumate e -6,9% per il Moscato d'Asti e un incredibile boom in Asia (+55%) in particolare Cina. Il punto più rilevante riguarda proprio il carattere storico della crisi: un malessere che, invece di esaurirsi, tende a ripresentarsi. In questa prospettiva, le difficoltà della filiera vengono interpretate come il riflesso di assetti consolidati e di una resistenza al cambiamento che impedisce un vero ripensamento del modello. Economia e cultura intrecciate Uno degli aspetti più significativi è l’intreccio tra dimensione economica e dimensione culturale. Il Corriere richiama infatti un immobilismo antropologico radicato, suggerendo che la questione non possa essere letta soltanto con gli strumenti dell’analisi commerciale. Quando un prodotto così identitario entra in crisi, non è in gioco soltanto il prezzo o il posizionamento, ma anche il rapporto che un territorio intrattiene con la propria storia produttiva, con le sue consuetudini e con la capacità di adattarsi ai cambiamenti. In questo senso, il Moscato diventa il punto di osservazione di una fragilità più ampia. Il significato per Alba e per il Piemonte del vino In un’area come Alba e più in generale nel Piemonte del vino, il dibattito sul Moscato assume un valore che supera i confini del singolo comparto. Parla di filiere agricole, di equilibri tra produzione e mercato, di identità locali e di visione strategica. Il caso del Moscato richiama anche un tema centrale per tutta l’enogastronomia italiana: la necessità di tenere insieme tradizione e capacità di rinnovamento. Quando questo equilibrio si spezza, il rischio è che un patrimonio riconosciuto perda slancio, fino a trasformare una ricchezza storica in un terreno di conflitto permanente. Una questione aperta L’elemento più netto che emerge è dunque la natura non episodica della crisi. Parlare di situazione strutturale significa riconoscere che non bastano interventi temporanei o letture semplificate. Serve piuttosto una riflessione ampia sul funzionamento della filiera e sul modo in cui il territorio intende difendere uno dei suoi prodotti più rappresentativi. Il Moscato, in questa chiave, non è soltanto un vino o una denominazione: è il termometro di una trasformazione che riguarda economia rurale, cultura produttiva e futuro del paesaggio vitivinicolo piemontese.
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