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Un grazie a Carlo Ginzburg
Carlo Ginzburg dovette, appena gettato il primo sguardo sul mondo confrontarsi con l’emarginazione, la persecuzione e l’occultamento volontario di chi era considerato un indesiderato nemico dello stato e del popolo italiano. Nato nel 1939 da Leone Ginzburg, professore universitario di letteratura russa, antifascista che rifiutò già nel 1934 il giuramento al duce e venne perciò espulso dall’università di Torino, e da Natalia Ginzburg, in Levi, traduttrice e scrittrice, anch’essa figlia di una famiglia di ebrei antifascisti, Carlo visse l’assassinio del padre per mano dei torturatori nazisti nel carcere di Regina Coeli e, di seguito, il confino in clandestinità assieme alla madre in Abruzzo. Malgrado le ristrettezze di movimento ed economiche, Carlo cresceva all’interno di un contesto culturale ricchissimo di stimoli, con mentori, oltre la stessa madre, intellettuali, come Italo Calvino e Cesare Pavese, nonché Eugenio Montale, marito della zia materna.
Conosciuto, essendoci nato dentro il lato d’ombra della storia e il volto crudele e truce del potere, Ginzburg decise, folgorato dalla lezione di Marc Bloch – storico ed ebreo pure lui, morto da partigiano - di imparare il mestiere dello storico. Le tante incongruenze di una storiografia a servizio dei potenti lo indussero a diffidare delle versioni ufficiali, delle sintesi consolidate e delle facili conoscenze già acquisite. Intraprende così lo studio della Storia moderna all’Università di Pisa come normalista ed allievo di Elio Cantimori. Lo storico italiano si muove prestissimo in una dimensione internazionale tra gli studi di perfezionamento al Warburg Institute di Londra e le docenze in atenei prestigiosi come, in Italia, Bologna, la Normale di Pisa, e all’estero l’UCLA, Harvard e Yale. Columbia.
Concorde con l’intuizione del suo professore Cantimori, Carlo Ginzburg si rivolge così al mondo protomoderno dei secoli XVI e XVII, un mondo che, con l’irrompere della Riforma, della Controriforma e annessi embrionali tentativi di controllo su anime e corpi in senso religioso e politico, è attraversato da molteplici fratture, da sconvolgimenti profondi di tipo antropologico.
Già il primo libro, I benandanti (1966), pubblicato a 27 anni, squarcia lo sguardo su una pratica sciamanica di contadini friulani che risale a credenze millenarie (lo status speciale dei ”nati con la camicia” e le attività per la difesa del raccolto), distorte e piegate dagli inquisitori a semplici manifestazioni di stregoneria. Ancor più significativo in questo senso è Il formaggio e i vermi (1976) che indaga il caso incredibile del mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, di Monreale Valcellina, processato dall’Inquisizione per aver elaborato una cosmogonia personale, interamente modellata sulla cagliatura del latte. Il saggio si configura come prototipo di quella importantissima corrente storiografica che corre sotto il nome di Microstoria. Come già nel caso de I Benandanti, anche in Il Formaggio e i vermi l’attenzione dello storico è rivolta a casi particolari che vengono snobbati dalla grande storia, sia per la condizione umile dei suoi protagonisti, sia per lo scarso valore diplomatico delle fonti, atti giudiziari, epistole, registri, diari ecc. Le “vicende” che ne emergono lungo queste faglie di frattura che attraversano le vite degli attori del passato, sono, al contrario, estremamente illuminanti per una comprensione più profonda della complessità e densità storica del passato. In un simile contesto della quotidianità storica indagata sotto la lente di ingrandimento scompaiono anche le divisioni tra i vari campi del sapere e si fa largo, come già professato da Marc Bloch, e ancor prima da Aby Warburg, l’esigenza di un’interdisciplinarità tra storia, letteratura, antropologia, teologia, storia dell’arte.
Una prima, fondamentale, tappa negli studi sul confronto tra le pratiche e credenze ancestrali del mondo sciamanico, mediatore tra natura e uomo, e l’azione “purgatoria” e oppressiva dei poteri forti religiosi e secolari dei secoli XVI e XVII, è il saggio Storia notturna (1989). Il libro si pone il compito di “decifrare” nientemeno che “il sabba delle streghe”, fino ad allora confinato nelle convenzioni spesso morbose di una storiografia amatoriale. Da un lato, il tema, elaborato da inquisitori e giudici laici, del complotto ordito da una setta o da un gruppo sociale ostile; dall’altro elementi di provenienza sciamanica ormai radicati nella cultura folklorica, come il volo magico e le metamorfosi animalesche», interrogata nelle sue derivazioni antropologiche che risalgono agli albori dell’opera civilizzatrice del mondo magico e coprono lo spazio geografico che va dalla Siberia, al Caucaso, al mondo dei nativi americani sino all’Antica Grecia, al mondo romano e al Medioevo europeo. Il rituale stregonesco del Sabba sarebbe, secondo Ginzburg, la manifesta
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