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Il petrolio torna a scorrere. Morgan Stanley rivede al ribasso le stime sui prezzi
Il petrolio è tornato a scorrere, nonostante l’incertezza che ancora avvolge il futuro dello Stretto di Hormuz. Morgan Stanley ha tagliato significativamente le stime sui prezzi del greggio per i prossimi 18 mesi, scommettendo sul ritorno progressivo a una condizione di eccesso di offerta globale. Secondo gli analisti della banca americana, il principale fattore sarà la normalizzazione dei flussi dal Golfo Persico dopo l’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran, che allenterà definitivamente la strozzatura accumulatasi negli scorsi mesi. La nuova previsione indica, per il terzo trimestre 2026, un prezzo medio del Brent di 75 dollari al barile, con una revisione al ribasso di 15 dollari rispetto alle stime precedenti. Per il lungo periodo, Morgan Stanley vede il Brent scendere fino a 70 dollari entro la fine del 2027. Diversi elementi segnalano che la revisione è fondata. La produzione degli Stati del Golfo sta aumentando rapidamente grazie alla riapertura di Hormuz e i carichi arrivano a destinazione senza intoppi, al punto che le raffinerie in Asia, di nuovo ben rifornite, trovano conveniente reindirizzare parte del greggio che non possono trattare verso destinazioni lontane, come la California o altri Paesi occidentali. La fase acuta di scarsità seguita allo scoppio del conflitto sta quindi lasciando spazio al ritorno delle forniture rimaste bloccate per mesi, mentre la Cina – il maggiore importatore globale – continua a tenere relativamente bassa la propria domanda. A contribuire all’abbondanza di petrolio ci sono inoltre le esportazioni russe. Secondo i dati di tracciamento delle navi elaborati da Bloomberg, la media delle spedizioni sulle ultime quattro settimane è salita a 4,13 milioni di barili al giorno fino al 28 giugno, il valore più alto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022. Questo flusso di spedizioni sta aiutando a mantenere il mondo ben rifornito, nonostante l’accumulo delle precedenti interruzioni dei flussi dal Medio Oriente. Tale aumento delle esportazioni è in parte legato agli attacchi dell’Ucraina alle raffinerie russe, che costringono Mosca a vendere all’estero il greggio che non può utilizzare per produrre carburanti, che garantirebbero al Cremlino margini di profitto superiori. I prezzi del petrolio russo sono crollati in linea con il calo dei benchmark globali, spinti dalle speranze che l’accordo interim tra Usa e Iran diventi permanente. I carichi esportati dal Baltico – la maggior parte del totale – valgono oggi circa la metà rispetto all’inizio di maggio. La vasta disponibilità di greggio venduto a prezzi scontati contribuisce pertanto ad abbassare anche la quotazione dei barili non sanzionati. L’effetto combinato della normalizzazione mediorientale, del surplus di offerta proveniente dalla Russia e della moderata domanda cinese sta quindi cambiando il quadro del mercato petrolifero: da una situazione di scarsità si sta passando a una fase di ampia disponibilità, con un potenziale eccesso di produzione. Morgan Stanley e altri analisti sembrano concordare: la fase di prezzi elevati e volatili legata alle tensioni nel Golfo potrebbe già essere alle spalle.
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