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Il lavoro che dà da mangiare solo alla mensa della Caritas e non consente di curarsi
È umiliante lavorare e ciononostante essere costretto a mettersi in fila davanti alla mensa Caritas del paese o del quartiere per un piatto di pastasciutta. Un terzo di chi si rivolge ai servizi dell’associazione cattolica è composto da lavoratori poveri, anziani ma anche giovani con meno di quarant’anni. È umiliante essere costretti a dormire in macchina o addirittura sotto un ponte prima di recarsi al lavoro, è disperante non potersi curare i denti oppure operarsi alla prostata o al seno. I numeri della povertà sono in continuo aumento, sia quella registrata che quella nascosta per dignità. Dieci anni fa gli utenti della Caritas erano quasi esclusivamente disoccupati, gli occupati appena il 13% mentre oggi il numero dei lavoratori poveri che accede ai servizi è più che raddoppiato. Bassi salari, precarietà, lavori a termine, persino finte partite IVA – strumento usato dai padroni per non assumere personale dipendente di fatto. Sono lavoratori occupati nell’edilizia, ambulanti, precari della logistica. In 10 anni gli anziani spesso soli e malati sostenuti dalla Caritas sono aumentati del 191%, mentre l’aumento complessivo della domanda di aiuto è del 48%. Molti richiedenti aiuto sono stranieri (i più fragili, precari, sfruttati, ricattati), il 56%, ma crescono gli italiani e le italiane che nel Mezzogiorno rappresentano la maggioranza. La Caritas è un osservatorio importante ma non rappresenta l’unica struttura di aiuto ai poveri, altri culti (i valdesi, per esempio) sono impegnati in questa battaglia di solidarietà, poi ci sono i comuni, almeno quelli che si pongono il problema. E ci sono ONG e strutture del volontariato, ci sono medici democratici che si associano per visitare e curare gratuitamente chi non può permettersi visite private e ha urgenze a cui il servizio sanitario pubblico, sempre più penalizzato dalle scelte politiche guerrafondaie del governo Meloni, non riesce a dare risposte in tempi umani. Più volte Emergency ha denunciato l’aumento dei cittadini italiani che si rivolgono alle sue strutture. La maggioranza dei poveri che chiedono aiuto è costituito da famiglie con figli minori (il 52% secondo la Caritas). Nel 2024, 2,2 milioni di famiglie sopravvivevano in condizione di povertà assoluta, 5,7 milioni di persone, il 10% dei residenti. Nelle famiglie di stranieri il numero triplica fino al 30% del totale. La povertà assoluta tra gli operai o figure professionali assimilabili colpisce il 15% dei salariati. La povertà relativa, invece, riguarda 2,8 milioni di famiglie, quasi 9 milioni di residenti. Numeri in crescita, con i tassi più alti registrati nel Mezzogiorno e nelle grandi città. Lo scandalo nello scandalo resta però l’aumento della povertà tra i lavoratori salariati, cresce il numero di chi non ce la fa a campare con uno stipendio da fame. L’inflazione cresce e il valore dei salari, già tra i più bassi in Europa, crolla in un contesto politico in cui è impossibile persino ventilare una legge che stabilisca il salario minimo a 9 euro l’ora. Il governo fa muro contro una delle poche battaglie condotte unitariamente dal Campo largo, mentre sulla proposta di una patrimoniale sull’1% della popolazione più ricca per recuperare un po’ di fondi da destinare al disastrato welfare, persino una parte dell’opposizione è contraria, a partire da Conte (il M5S è diviso) e seguitando con una parte del PD. Per non parlare dei centristi. Il meccanismo è semplice: se l’inflazione cresce più dei salari tutto il mondo del lavoro si impoverisce. Nei contratti nazionali di lavoro solo i metalmeccanici, la categoria più forte e sindacalizzata, sono riusciti a strappare aumenti superiori all’inflazione prevista. E mediamente i contratti si rinnovano in ritardo di mesi, spesso di anni. Il secondo livello di contrattazione, quello aziendale, è sempre più osteggiato dagli imprenditori e dalle loro organizzazioni e resiste solo nelle grandi aziende. Nelle piccole imprese, nell’agricoltura, nella logistica, persino tra i marchi del made in Italy a partire dall’alta moda regna la legge della giungla e imperversano i contratti privati legittimati dalle politiche governative. I lavoratori migranti sono ricattati, sfruttati, gestiti dai caporali e dalle mafie, ammazzati se tentano di alzare la testa come è successo in Calabria, costretti ad accettare un lavoro schiavistico, così lo definisce la Procura di Milano. Le leggi ci sono ma non ci sono i controlli dunque non vengono applicate. Migranti costretti all’invisibilità dal razzismo di governo, spesso visti soltanto dalla Caritas e, dove c’è, dalla C
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