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Generale, ma cosa c’è dietro la collina?
Non bastavano i referendum a lasciare strascichi. Non bastavano le divisioni sulle guerre nel mondo, un centrosinistra ancora alla ricerca di un’anima comune oltre che di un leader che chiarisca un progetto unico e un centrodestra che, dietro la facciata dell’unità, mostra più di qualche lieve crepa. Come spesso accade nella politica italiana, è comparso l’uomo del momento. Quello che arriva quando il terreno è fertile, le paure sono tante e la pazienza di quel che resta dei potenziali elettori è poca, mentre le aspettative di chi vorrebbe riavvicinarsi alle urne tornano improvvisamente ad alzarsi. Il generale Roberto Vannacci, dato fino a pochi mesi fa per fenomeno passeggero, oggi non è più una semplice curiosità politica destinata a spegnersi nel giro di qualche stagione. Con la nascita di Futuro Nazionale, dopo l’addio rumoroso alla Lega e con un’esposizione mediatica ormai quotidiana, si sta ritagliando uno spazio che nessuno può più fingere di non vedere. I sondaggi lo registrano con un costante incremento di consensi, i commentatori politici lo studiano, gli avversari lo attaccano e, dettaglio da non sottovalutare, gli alleati potenziali guardano alla sua crescita con crescente preoccupazione. L’intervista concessa a Lilli Gruber su La7 ha confermato un dato già evidente: Vannacci sa stare in televisione. Non urla, non si scompone, usa parole semplici, concetti immediati, slogan comprensibili anche a chi della politica si è stancato o non vuole sentir parlare più di distinguo, sfumature, tecnicismi. Concetti già sentiti spesso, certo, ma con un elemento nuovo che colpisce e ammalia: la pacatezza di toni espressi in maniera determinata. E poco importa se cita il vocabolario Zingaretti invece dello Zingarelli, tanto i vocabolari sono ormai solo pezzi d’antiquariato e lo stesso errore lo commette pure Pier Luigi Bersani, il giorno dopo, ospite anche lui di Gruber. Lui si definisce non di estrema destra, ma di una “destra autentica”, contrapponendosi a quella che considera una destra di governo ormai troppo prudente, troppo compromessa, troppo istituzionale. Ed è qui che si nasconde il punto politico vero. Perché chi continua a liquidare il fenomeno dicendo che piace solo ai nostalgici o ai reduci dell’estrema destra probabilmente commette un errore di lettura. Certo, quel mondo c’è, quella che lui chiama la “sporca dozzina”, termine che richiama la storica impresa di un manipolo di soldati-prigionieri della Seconda guerra mondiale che ha ispirato anche un celebre film. Ma non basta a spiegare il consenso crescente del generale. Dentro quel suo bacino c’è anche un pezzo di elettorato conservatore deluso, moderati irritati, liberali insofferenti, cittadini che magari hanno votato il centrodestra e oggi pensano che alcune promesse siano rimaste sulla carta. Immigrazione, sicurezza, identità nazionale, rapporto con Bruxelles: Vannacci entra proprio lì, nei punti dove la politica tradizionale fatica a dare risposte semplici a problemi terribilmente complicati. Mancano ancora, forse, parole forti capaci di intercettare fino in fondo chi spera in pensioni migliori o in un alleggerimento della pressione fiscale. Ma è difficile immaginare che quei temi restino fuori dal suo calderone politico. E qui occorre essere onesti intellettualmente: il generale intercetta un bisogno reale. Non necessariamente una soluzione reale, ma certamente una domanda che esiste e che, tra l’altro, si ripresenta ciclicamente nella storia politica italiana: la richiesta di chiarezza, perfino di durezza, in un tempo in cui la politica appare spesso impantanata nel burocratese e nella prudenza. Poi c’è un altro aspetto: più se ne parla e più Roberto Vannacci esiste. E oggi se ne parla molto. Forse troppo. Si torna a trasformare qualcuno in protagonista nazionale prima ancora che abbia davvero misurato il proprio peso elettorale. E questo è un rischio. La politica italiana ne ha già conosciuti parecchi, di tribuni del popolo capaci di incendiare talk show e piazze prima ancora di dimostrare di saper governare qualcosa. Il problema per Giorgia Meloni però esiste eccome. Se Futuro Nazionale continuerà a crescere, il generale potrebbe diventare il classico granello capace di inceppare il motore di una coalizione. Non abbastanza forte per vincere da solo, ma abbastanza pesante per togliere voti decisivi al centrodestra o per imporre condizioni in vista delle prossime Politiche, attese nel 2027, ma che qualcuno ritiene possano essere anticipate. E Forza Italia e Lega, per ragioni diverse, guardano alla vicenda tutt’altro che serenamente. La domanda finale però resta sempre la stessa, quella che la politica italiana ci consegna da trent’anni: quanto dura il fuoco dei nuovi tribuni? Perché accendere gli animi è una cosa. Accendere le piazze pure. Convincere che i problemi più complessi abbiano soluzioni facili è persino più semplice. Governare, invece, è un’altra faccenda. E lì, prima o poi, arriva sempre il momento della verità. Quello in cui s
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