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Sostenibilità economica dell'informazione garanzia per il futuro
Per anni abbiamo considerato giornali, editori, piattaforme digitali, social network, algoritmi e, più recentemente, intelligenza artificiale come mondi separati. Oggi non è più così. Fanno parte dello stesso ecosistema e il futuro dell’uno dipende inevitabilmente da quello dell’altro. È questa la riflessione più importante emersa dal convegno promosso mercoledì scorso all’Università di Firenze sul tema dell’Articolo 21 della Costituzione nell’era digitale, aperto dalla rettrice Alessandra Petrucci, dedicato al rapporto tra editori, giornalisti e grandi piattaforme digitali e alla delicata questione dell’equo compenso per l’utilizzo dei contenuti giornalistici. Il vero merito dell’iniziativa non è stato soltanto quello di riunire allo stesso tavolo istituzioni, Agcom, Fieg, università, editori, giornalisti e un rappresentante di Google. E’ stato quello di riportare finalmente il confronto sulla domanda che conta davvero: chi paga il costo della libertà di informare? Perché la libertà di stampa non vive soltanto di principi costituzionali. Vive di redazioni, giornalisti, fotografi, inviati, collaboratori, verifiche, consulenze legali, tecnologie, responsabilità civili e penali. Vive, soprattutto, di persone che ogni giorno cercano le notizie, le controllano, le confrontano e le trasformano in informazione. Per decenni il sistema editoriale ha retto su due grandi pilastri: la vendita delle copie per i giornali cartacei e la raccolta pubblicitaria, mentre televisioni e radio potevano contare prevalentemente sugli introiti derivanti dagli investimenti pubblicitari. Poi è cambiato tutto. Le copie sono diminuite; gli ascolti dei telegiornali si sono progressivamente ridotti; la pubblicità ha preso la strada delle grandi piattaforme digitali e milioni di persone si sono abituate all’idea che l’informazione dovesse essere sempre e comunque gratuita. Ma l’informazione non nasce da un algoritmo. Nasce in una redazione, davanti a un tribunale, in un municipio, lungo una strada, all’ingresso di un ospedale. Ogni notizia ha un costo prima ancora di avere un prezzo. Quel lavoro qualcuno lo ha sempre pagato. Per decenni sono stati gli editori che compensavano le uscite con entrate, un tempo, facili da raccogliere. Oggi, però, anche questo modello mostra tutti i suoi limiti. Se i contenuti prodotti dalle aziende editoriali vengono utilizzati, sintetizzati, indicizzati o diventano materia prima dei sistemi digitali e dell’intelligenza artificiale, è giusto che una parte del valore economico generato ritorni a chi quelle notizie le produce. È questo, in fondo, il significato dell’equo compenso. Ed è proprio qui che il lavoro svolto dall’Agcom merita di essere riconosciuto. L’Autorità - come ha spiegato il presidente Giacomo Lasorella - ha predisposto il regolamento che disciplina la negoziazione tra editori e piattaforme digitali per la remunerazione dell’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche, regolamento che ha trovato un importante riconoscimento nella recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea. Non è una vittoria degli editori contro le piattaforme. E’ l’affermazione di un principio fondamentale: pur riconoscendo il diritto alla libertà di impresa, il contenuto giornalistico ha un valore economico e democratico e non può essere utilizzato come se fosse una materia prima senza autore. Naturalmente questa sentenza non risolve tutti i problemi. Anzi. Apre una fase completamente nuova. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Alberto Barachini, intervenuto con un videomessaggio, ha ricordato come la tutela del copyright, del diritto d’autore e della proprietà intellettuale diventi ancora più decisiva nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Se il cittadino non saprà più distinguere un contenuto prodotto da una persona da uno generato da una macchina, sarà la stessa fiducia nell’informazione a entrare in crisi. Maurizio Molinari, stimolato da Alessandra Ravetta direttore di Prima comunicazione, ha aggiunto una riflessione altrettanto significativa. Le piattaforme tecnologiche possiedono algoritmi potentissimi, ma senza contenuti affidabili, verificati e di qualità rischiano di alimentare soltanto disinformazione. In altre parole, la tecnologia ha bisogno del giornalismo almeno quanto il giornalismo ha bisogno della tecnologia. Carlo Mandelli, intervenendo per la Fieg, ha invece posto l’accento sul problema forse più concreto. Se gli utenti ricevono sempre più spesso le risposte direttamente dall’intelligenza artificiale senza entrare nei siti degli editori, il tradizionale modello economico fondato sulle visite e sulla pubblicità rischia di saltare definitivamente. E con esso rischiano di scomparire, per prime, le realtà editoriali più piccole e territoriali. È un rischio che non possiamo permetterci di sottovalutare. C’è poi un’altra riflessione che il mondo dell’informazione dovrebbe avere il coraggio di fare. Il giornalismo italiano ha quasi sempre affrontato
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