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LA TERRA DEGLI ULIVI – di e con Pino Petruzzelli

20/08/2026 · Article 🕐 🆕
di e con Pino Petruzzellichitarra Riccardo Pampararoproduzione Teatro IpotesiCalice Ligure, sagrato della chiesa di san Nicolò, 3 agosto 2026 www.Sipario.it, 8 agosto 2026 #twoj_fragment1-1 Il teatro di Pino Petruzzelli segue, di volta in volta, diverse prospettive poetiche che vanno dalle comunità Rom, a porzioni di storia del Novecento, dal tema del lavoro, alle narrazioni delle voci della Natura, ma ponendo sempre al centro della propria ricerca il dato umano, anzi, l’umanesimo in senso esteso ovvero tutto ciò che è collegato all’ambiente naturale, poiché l’essenza è in questo: nell’interscambio armonico tra gli elementi naturali, compreso, tra questi, l’essere umano. In questo nuovo spettacolo, in cui sul palco, come è ormai consuetudine nel teatro di Petruzzelli, non vi è scenografia, questa volta, in via del tutto eccezionale, era presente sul palco un ottimo musicista, Riccardo Pampararo che, alla chitarra classica, ha inframmezzato la performance di Petruzzelli con bellissimi brani di cui diremo meglio tra breve. L’Autore riprende il filone del lavoro agricolo, ma non si concentra sulla pianta della vite, come in lavori precedenti (quali Io sono il mio lavoro del 2011 o Storie di uomini e di vini del 2006), questa volta ci pare che Petruzzelli riparta dagli alberi, in particolare dallo spettacolo del 2022, La via degli alberi, dove tra il càrpino, il castagno, il limone, emerge forte la voce dell’ulivo. Et pour cause: insieme alla vite, l’ulivo è l’albero che caratterizza il paesaggio mediterraneo, di tutto il Mediterraneo in senso ampio, lo troviamo dalle colline della Sicilia alle rive del lago di Garda. E questo spettacolo nasce proprio a seguito di un viaggio lungo la Penisola, ma soprattutto è frutto dei dialoghi con tutti quei contadini, giovani e vecchi, che dedicano alcuni mesi dell’anno all’abbacchiatura, raccolta e macina delle olive, alle loro storie, fatte di sogni, speranze, ma anche frustrazioni e delusioni: in una parola al rapporto controverso e faticoso con la Natura. Il personaggio narratore, un pugliese, per convenzione, un ragazzo che nasce alla campagna e che cresce all’ombra degli ulivi, impara fin da subito la gioia e la fame che regala ai suoi figli la terra del Sud e in questo rapporto ambivalente parrebbero riecheggiare la musica e le parole di Amara terra mia di Domenico Modugno. Tra le pieghe del dolore e nella durezza di una faticosa ricerca e conquista del necessario, Petruzzelli ci mostra, mediante squarci lirici, la poesia senza retorica della vita semplice attraverso la narrazione della «nascita» delle orecchiette, trasformata in una partenogenesi continua, sempre sotto l’egida del «femminile», che dà vita ai piccoli figli della farina, dell’acqua e della mano che impasta e trasforma la materia. Ma anche la storia di questo ragazzo, è, in definitiva il frutto di un impasto che la sorte, la necessità, la volontà combinano in modo casuale dando origine al destino dell’uomo che ci appare, come sempre nei testi di Petruzzelli, al contempo, soggetto e sfondo del medesimo quadro. Su questo medesimo sfondo si stagliano, allora, in una sequenza fitta, le occorrenze della vita di tutti: la morte della madre, l’emigrazione (in Liguria), il lavoro che si fa epica della fatica e del sacrificio. Ma è lavoro che, nello specifico, costruisce su se stesso e dentro il protagonista che dà voce a generazioni anonime di contadini che hanno eretto uno dei monumenti più impressionanti dell’intero Pianeta: l’interminabile sequenza di muretti a secco che sorreggono, come scrive Dante «Tra Lerice e Turbia la più diserta / la più rotta ruina» della costa e dell’entroterra ligure che altrimenti franerebbe a mare. Chilometri di terrazzamenti coltivati ad uliveto, terra strappata alle pietre, al bosco e al mare che incombe a precipizio, una linea argentata di foglie mosse dal maestrale e dalla tramontana che in autunno si anima di donne e uomini intenti alla raccolta delle olive. Qui il nostro protagonista conosce Adelina, colei che diverrà sua moglie, altra figura femminile con la quale condividere la volontà tenace di uscire dalla condizione di miseria attraverso la libertà che viene dal lavoro. Ed anche Adelina, come la madre del protagonista, mantiene un rapporto con la terra e i suoi frutti: impasta la farina per fare il pane; e perché l’acqua sia ben assorbita dalla semola occorre che l’impasto sia lavorato con energia, con violenza: va preso a pugni. Come la frasca dell’olivo deve essere battuta dalla canna di bambù perché lasci cadere le olive, anche l’impasto richiede un’azione «violenta». La Natura stessa, insomma, richiede all’uomo «una forma di violenza», ma controllata, circoscritta, non distruttiva, quasi uno scambio di energia, di forza, capace di donare, al termine del processo trasformativo, il gusto e il piacere che completa ciò che la Natura ha avviato. È l’epica del lavoro umile, troppo spesso misconosciuto o disprezzato, ma, come ha più volte sottolineato l’Autore «Se non ci
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