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Dalla guerra agli stranieri a quella ai poveri
Gli attacchi ai diritti e alla giustizia sociale non cessano mai in questo paese. E a sferrarli non sono solo forze politiche reazionarie, xenofobe ed estremiste come l’UDC, promotrice dell’ingannevole e pericolosa iniziativa “per la sostenibilità” respinta lo scorso 14 giugno dalla maggioranza del popolo (54,8%) e dei Cantoni. Ma anche il Parlamento, che solo pochi giorni dopo questa votazione ha definitivamente approvato (per volontà della sua maggioranza di destra) una legge per impoverire ulteriormente la parte più povera della popolazione e per mettere i bastoni tra le ruote ai Cantoni e ai Comuni che intervengono con una misura di politica sociale quale è il salario minimo legale. Per il movimento sindacale e tutte le forze politiche che hanno a cuore le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori si apre così una nuova fondamentale battaglia referendaria dopo la vittoria conseguita con la bocciatura dell’iniziativa democentrista “No a una Svizzera da 10 milioni!”. Un’iniziativa con cui l’UDC ha cercato di vendere illusioni, ma senza successo. Perché la maggioranza delle cittadine e dei cittadini ha capito che una limitazione arbitraria della popolazione residente non avrebbe risolto nessuno dei problemi che venivano evocati e che anzi, al contrario, avrebbe avuto gravissime ripercussioni economiche, politiche e sociali molto concrete. Ma il voto del 14 giugno è anche il rifiuto di una visione della società fondata sulla paura, sulla chiusura e sulla ricerca di capri espiatori per problemi che hanno cause ben più profonde e complesse. Sono decenni che la destra nazional-conservatrice, oggi incarnata dall’UDC, cerca di convincere l’opinione pubblica che l’immigrazione sia la causa di quasi ogni difficoltà che attraversa il paese: il dumping salariale, la crisi abitativa, il traffico, la pressione sulle infrastrutture, il rincaro degli affitti, le difficoltà del sistema sanitario, il consumo di territorio. Problemi reali, senza dubbio, ma che vengono sistematicamente ridotti a una spiegazione semplicistica: ci sono “troppi stranieri”. La realtà è evidentemente diversa: la pressione sui salari è figlia della dilagante precarietà e della messa in concorrenza dei lavoratori per mano di un padronato che mira perennemente a una riduzione del costo del lavoro e a un indebolimento delle leggi e delle regole e quindi delle tutele di chi lavora, grazie anche al sostegno della maggioranza borghese del Parlamento come ben dimostra il citato attacco ai salari minimi; l’aumento dei prezzi delle abitazioni è il risultato di politiche fondiarie e immobiliari che favoriscono la speculazione; la congestione del traffico dipende anche da decenni di pianificazione territoriale che privilegia la costruzione di nuove strade e la mobilità privata; la pressione sul sistema sanitario è legata all’invecchiamento della popolazione, alla commercializzazione della salute e alla mancanza di personale, personale che, peraltro, proviene in larga misura proprio dall’estero. Attribuire ogni problema alla crescita demografica significa evitare di affrontarne le vere cause. La bocciatura dell’iniziativa con cui i suoi fautori, in modo ingannevole, promettevano “sostenibilità”, costituisce quindi anche un importante richiamo alla complessità delle cose e al tempo stesso alla necessità di fornire risposte e soluzioni alle preoccupazioni reali e concrete della popolazione, anche di quella parte (tutt’altro che irrilevante, va riconosciuto) che nella votazione del 14 giugno le ha manifestate depositando nell’urna un sì all’iniziativa democentrista. Per esempio per far fronte alla crisi dell’alloggio, che non è causata dall’immigrazione o dall’aumento della popolazione, ma dalle pigioni abusive che riempiono le tasche dei proprietari immobiliari e svuotano quelle degli inquilini. Un malcostume contro cui si battono da sempre l’Associazione svizzera degli inquilini, che proprio nei giorni scorsi ha depositato le firme di un’iniziativa popolare contro le pigioni abusive, su cui saremo chiamati a votare. Un’iniziativa che sarà sicuramente avversata dall’UDC, ma anche dai partiti borghesi e dalle organizzazioni economiche che hanno combattuto quella “per la sostenibilità” e il 14 giugno figuravano tra i vincitori. Gli stessi che ritroviamo in prima fila a difesa di quell’obbrobrio sociale e istituzionale quale è la legge che, in nome di una presunta libertà economica, mira ad aggirare le norme votate democraticamente dai cittadini per garantire dignità alle persone attraverso dei salari minimi. Salari che rappres
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