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Guardiamo a Ceuta ma non alla Sardegna?
Una ragazza di 17 anni in vacanza in Sardegna con la famiglia. Un pomeriggio d’agosto, il mare di Chia, a pochi metri dalla spiaggia. Poi un barchino con 14 migranti algerini, l’impatto, le fratture, il rischio di annegare, l’elisoccorso. Oggi quella ragazza è ancora in ospedale con la prognosi riservata. E dietro di lei ci sono una madre e un padre per i quali una giornata di vacanza si è trasformata in un incubo. E’ da qui che bisognerebbe partire. Prima delle polemiche, prima degli schieramenti. E da una domanda semplicissima: possibile che un piccolo natante proveniente dal Nord Africa possa attraversare centinaia di chilometri di mare e arrivare fin dentro una zona frequentata dai bagnanti senza essere intercettato prima? Viviamo nell’epoca in cui satelliti, radar e sensori riescono a osservare ogni cosa. Possibile che dopo decenni di sbarchi non siamo ancora capaci di sorvegliare in maniera capillare almeno l’ultimo tratto delle nostre coste? E’ vero: gli sbarchi stanno diminuendo nettamente. Il Viminale certifica 17.495 arrivi al 15 agosto, meno della metà rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ed è giusto preoccuparsi anche di ciò che è accaduto a Ceuta e dei possibili riflessi sulle frontiere europee. Ma mentre guardiamo a Ceuta dovremmo guardare anche a Chia. Ceuta è un’exclave europea appoggiata all’Africa. Noi abbiamo il mare davanti. Dovrebbe essere un vantaggio, non una zona cieca. Perché se una ragazza di 17 anni può essere travolta a pochi metri dalla spiaggia da un barchino arrivato irregolarmente dal Nord Africa, allora c’è qualcosa che non funziona. E questa storia, scivolata troppo rapidamente nelle cronache del dopo Ferragosto, merita almeno che qualcuno abbia il coraggio di chiedere perché.
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