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L’Iran richiude Hormuz dopo i raid israeliani sul Libano: «Violata l’intesa». Netanyahu impone il cessate il fuoco

21/06/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 ⚠️
Tutte le crisi passano da Hormuz. Se c’è una cosa che quasi quattro mesi di confronto tra Iran e Stati Uniti hanno insegnato a Teheran è che tra le mani ha sempre avuto una delle armi più efficaci di sempre: il controllo del collo di bottiglia da cui transita circa il 20% del greggio mondiale. L’equazione è stata chiara per settimane: Hormuz chiuso, mondo fermo. Poi, il memorandum d’intesa con Washington: lo Stretto riapre, in una notte passano oltre 12,5 milioni di barili. Ma a meno di 72 ore dalla firma, la minaccia è già tornata sul tavolo: se gli impegni non verranno rispettati, il passaggio si fermerà di nuovo. E la chiave, questa volta, è molto più a nord, in Libano. È lì che si consuma la violazione denunciata da Teheran. Dopo gli oltre 80 morti del giorno precedente, ieri nuovi raid israeliani nel sud del Paese hanno interessato villaggi nell’area di Tiro, Sidone e Nabatieh, provocando altre 16 vittime. Hezbollah ha parlato di una «chiara aggressione», sostenendo che qualsiasi tregua – anche la quinta, annunciata ieri dopo l’ok di Netanyahu e della milizia sciita – sarà «priva di significato» finché le truppe israeliane continueranno a bombardare e resteranno sul terreno. Per gli iraniani, già scettici nei confronti di Washington, l’ennesima tregua non rispettata non è solo una conferma dell’incapacità di Tel Aviv di rispettare gli impegni presi: è anche la prova che il memorandum con gli Usa – che al primissimo punto prevede un cessate il fuoco anche in Libano – rischia di essere velocemente disatteso. Il comando militare congiunto Khatam al‑Anbiya, quindi, ha accusato gli Stati Uniti di «palese violazione degli impegni», annunciando la chiusura dello Stretto al traffico navale. E si tratterebbe solo di «una prima misura», a cui seguiranno «ulteriori passi» se «l’aggressione dovesse continuare». Ma secondo i media vicini ai pasdaran, Teheran potrebbe tentare di utilizzare quest’arma anche per alzare il prezzo delle trattative. Secondo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione, lo Stretto dovrebbe infatti rimanere chiuso finché non saranno rispettate tutte le condizioni del memorandum: il rilascio di almeno 12 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, l’attuazione delle deroghe alle sanzioni sul petrolio, il ritiro di Israele dal Libano. Riaprire del tutto Hormuz in cambio della sola rimozione – già avvenuta – del blocco navale americano sarebbe «un errore strategico», sostiene il giornale. Da Washington, la linea è opposta. E punta a smontare questa narrativa della chiusura. Il comando centrale statunitense ieri ha insistito: «L’Iran non controlla lo Stretto di Hormuz» e «il traffico continua a fluire» sotto la protezione americana. Lo stesso vicepresidente J.D. Vance, che ieri si preparava a partire per la Svizzera per l’inizio dei colloqui preparatori, ha ribadito che «non ci sono prove» di una serrata effettiva e che l’obiettivo è «dare una possibilità alla diplomazia», nonostante le dichiarazioni di Teheran. Sul fronte israeliano, la risposta è stata a due facce. Dopo una giornata di escalation, Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato all’Idf di cessare il fuoco in Libano, «in coordinamento con gli Stati Uniti». Ma il premier ha anche fatto sapere che Israele «resterà nel sud del Libano per tutto il tempo necessario a difendere le sue frontiere» e che l’esercito ha il mandato di «rispondere con la forza a qualsiasi attacco di Hezbollah». Il no al ritiro, chiesto espressamente dall’Iran, è quindi secco. Intanto, il dossier si prova a spostare sui tavoli svizzeri. Una delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, affiancato dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e da alti funzionari economici e di sicurezza, era ieri in viaggio verso l’Europa per discutere l’attuazione del memorandum e gettare le basi di un accordo più ampio, che le parti hanno concordato di dover raggiungere entro 60 giorni. Da parte americana, gli inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner erano invece già sul posto, in attesa dell’arrivo di Vance. Ma anche qui la corda è tesa: Tasnim ha avvertito che «non c’è alcun motivo per incontrare Witkoff» dopo i raid in Libano e che proseguire i colloqui senza un vero stop alle operazioni israeliane sarebbe «un grave errore». La finestra della diplomazia, quindi, resta aperta. Ma rischia di restringersi sempre più. IL MESSAGGIO DI TRUMP A BIBI Rilanciando su Truth un articolo secondo cui avrebbe «in mano le carte» della rielezione di Benjamin Netanyahu, il tycoon ha fatto arrivare a Tel Aviv un segnale difficile da ignorare. Sullo sfondo: le elezioni israeliane, previste fra circa cento giorni. Traduzione: l'alleanza resta solida, ma le condizioni le detta Washington. E se lo storico alleato non smetterà di attaccare il Libano, mettendo a rischio le trattative con Teheran, anche le amicizie più solide potrebbero iniziare a scricchiolare.
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